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日志


7月28日

Delizie per gli occhi

Sabato scorso sono stato ad una festa di compleanno. Ho rivisto i soliti amici e conosciuto persone nuove, anche se in questi casi si tende comunque a conversare con chi si conosce di già. A un certo punto è arrivata la figlia del padrone di casa, gran bella ragazza. Se penso qualcosa non mi trattengo dal dirla e se anche la cosa probabilmente si rivela nella maggior parte dei casi poco diplomatica mi consolo sapendo di non aver represso pensieri e sensazioni. Così, tranquillamente, ho detto al padre della ragazza: "Tua figlia ha un gran bel culo, complimenti per l'opera che tu e tua moglie avete realizzato". Considerando che ci conosciamo da un certo periodo di tempo, che sa come sono fatto e che a volte ho la delicatezza di un elefante in un negozio di cristallerie, penso che non se la sia presa per la mia battuta. O almeno lo spero.
Nei giorni seguenti, anche perchè ricordavo di aver letto qualcosa riguardo alle lamentele delle donne circa il fatto che siano considerate solo come "carne" o elementi d'arredo, ho riflettuto su quanto possano indignarsi sentendo una battuta come quella che ho fatto io. Il problema resta sempre lo stesso, l'eterno problema dell'interpretazione di ciò che si ascolta, della manipolazione, distorsione del pensiero o anche della superficialità e rapidità nel giudicare e tirare le somme.
 
In situazioni simili mi sono spesso sentito etichettare "maniaco" o "col chiodo fisso" solo per avere esternato il mio piacere nel vedere forme femminili. Allora, tra me e me, giusto per analizzare questi casi in cui è inutile provare a spiegare il proprio punto di vista perchè gli altri hanno già le loro opinioni precostituite e scontate, mi sono chiesto e risposto cosa significhi per me osservare un bel corpo.
 Notando il sedere della bella ragazza dell'altra sera non si è acceso in me il desiderio di possederla, non l'ho vista cioè come il classico pollo arrosto che sognano i protagonisti delle barzellette. La visione di qualcosa di bello, di armonioso, contribuisce al nostro benessere, al pari della musica, della pittura, dell'arte in genere. Vedere un paio di tette o un bel culo non innesca in me voglie strane, mi rende beato come se guardassi un bel tramonto. E allora perchè dovrei vergognarmi di questo? Perchè non posso riconoscere questi stimoli che appartengono alla parte naturale di me e che quindi sono spontanei? Perchè dovrei reprimerli? Penso che il piacere di guardare una donna sia pari al piacere che prova la donna nell'essere ammirata. E' per questo motivo che non interpreto come provocazione l'abbigliamento succinto molto di moda ai nostri giorni. Rimproverare una scollatura vistosa o rimproverare chi è attratto da una simile visione vorrebbe forse dire che è meglio usare il "burka", che avevano ragione i Talebani e questo, francamente, non mi trova per niente d'accordo.
4月11日

Lato bianco... lato nero...

In questi giorni si è avuta l'ennesima dimostrazione di quanto incida la casualità nella vita. Se gli eventi imprevedibili contribuiscono a non rendere monotona la vita è altrettanto vero che possono renderla amara. Come in tutte le cose, ci sono due facce della medaglia, un lato bianco e uno nero. Il fare i conti con la realtà ci ricorda che sono tante, troppe, le variabili dovute al caso e che non ha molto senso fare programmi a lunga scadenza, quantomeno tenendo sempre in debito conto la possibilità che non si possa realizzarli. I racconti letti o sentiti in questi giorni hanno mostrato come per circostanze del tutto casuali alcuni sono sopravvissuti al terremoto e altri ne sono rimasti vittima. Ricordo di aver letto che la famiglia Rodriquez, nota per i cantieri che costruiscono aliscafi, sopravvisse al terremoto che distrusse Messina nel 1908 perchè, essendo nella casa di campagna, non potè rientrare in città la sera precedente al terremoto a causa del fatto che il cocchiere si fosse ubriacato. Un evento anomalo, bizzarro, anche sgradevole per certi versi, si rivelò il giorno dopo come un evento miracoloso che salvò la vita a un'intera famiglia. Lato bianco, lato nero, roulette russa con la vita. Il 6 di aprile, la stessa cosa è capitata a me. Tutta una successione di circostanze di se, se e se, ha fatto sì che io sia qui a scrivere e non al cimitero o, nel migliore dei casi, a pezzi in ospedale. Esco da casa, sono un po' in ritardo, vado al lavoro in moto. Prima scelta: destra o sinistra?, autostrada o strada cittadina? Scelgo l'autostrada, meno traffico, meno rischi, mi dico. E la nera signora ghigna di soddisfazione... Seguo la rampa di accesso in autostrada, mi ricordo di prestare attenzione a una curva traditrice, c'è della sabbia, rallento un po'. E la nera signora dice: bene... bene... Supero la curva, guardo negli specchi retrovisori, a quest'ora, le 7:30, la gente ha fretta, chi mi segue è impaziente di superarmi e per evitare che lo facciano qui mettendomi in pericolo accelero un po'. E' già la terza scelta, la nera signora ora ride... Corsia di accelerazione, sto per entrare in autostrada, guardo di nuovo negli specchietti retrovisori. In lontananza arriva un autoarticolato, potrei entrare, tanto è lontano, o è meglio se mi fermo e lo lascio passare? Già, ma se mi fermo quelli dietro sono capaci di tamponarmi, meglio entrare. E' la quarta scelta, stavolta la nera signora si contorce dalle risate... Accelero, entro in autostrada, guardo ancora negli specchi, il camion arriva più veloce di quanto pensassi e di quanto è consentito in questo tratto, entro in galleria, il camion mi affianca, vicino, troppo vicino. Mi rendo conto che accosta gradualmente a destra, mi sposto anche io ma sono ormai arrivato a sfiorare quasi il guard-rail. Il camion continua a stringermi, capisco che è finita, mi stritolerà tra sé e il guard-rail. La nera signora adesso è seria, concentrata, pronta a svolgere il suo ruolo... Sento un colpo, lo specchietto di sinistra si sposta e si rompe, il camion mi supera, io riesco a controllare la moto e a non perdere l'equilibrio. Cazzo, sono ancora vivo e intero, alzo il pugno e mando maledizioni a quell'idiota che non si è nemmeno accorto di quello che è accaduto, esco dalla galleria e prendo la rampa di uscita. La nera signora fa un smorfia di stizza e se ne va... Mentre percorro l'ultimo tratto di strada ripenso ai tanti SE: se fossi partito da casa prima, o dopo, se non avessi rallentato nella curva pericolosa, se mi fossi fermato nella corsia di accesso. Sono troppe le variabili e, in quanto numerose, sono poco importanti. Poteva essere il lato bianco o il lato nero, la vita è così, inutile starci troppo a pensare. Mi sono chiesto come mai avessi accettato lucidamente l'idea che tutto stesse per finire. Probabilmente per assenza di rimpianti o forse perchè tutto è successo molto in fretta. Boh, non era il mio turno, la nera signora aspetterà.
1月1日

IL SENSO DEL NATALE

Ho ricevuto molti messaggi di auguri di buone feste con dentro le frasi più articolate, le rime, la ricerca dell'originalità per non sembrare banali. Al di là della forma ciò che conta e che chi fa gli auguri li fa con la sincera speranza che possano arrivare cose buone per sé e per gli altri. Io, con il carattere (schifosetto) che ho, preferisco augurare che, alla fine dell'anno, si possa riguardare all'indietro ciò che si è vissuto nei dodici mesi ed esserne soddisfatti.
 Veniamo adesso al senso delle feste, del Natale in particolare, visto con i miei occhi di quarantenne con dentro il ricordo degli anni passati. A casa mia, finchè è vissuto mio padre, ci si riuniva in tanti, sia la vigilia di Natale che la vigilia di Capodanno. Arrivavano per l'occasione anche i parenti che vivevano fuori Messina, era l'occasione in cui ci si poteva rivedere tutti. Mio padre ricordava che, i primi tempi in cui era fidanzato, si recava per le feste dal nonno di mia madre, il mio bisnonno Giuseppe, che invitava tutti a casa sua. Considerando che la sua era una famiglia numerosa, 10 figli se non ricordo male, tra figli e relativi coniugi o fidanzati e nipoti si formava un nutrito gruppo di persone.
Il mio bisnonno, prima che si iniziasse a mangiare, amava ripetere ogni anno lo stesso discorso:
 "Quest'anno siamo di nuovo qui riuniti, chissà se l'anno prossimo ci saremo ancora tutti..."  e proseguiva con i saluti e gli auguri.
A mio padre restò impressa quella frase, e lui stesso la ripeteva quando ogni anno ci riunivamo in casa mia. In quel momento ricordavamo anche chi non c'era più e, senza troppa tristezza, il ricordo di chi era venuto a mancare ce lo faceva sentire presente.
Le parole del mio bisnonno restarono impresse a mio padre, e il sentirle dire da mio padre le ha fatte rimanere impresse anche a me. Io ci vedo anche altro, in quelle parole. Il tempo passa inesorabilmente ed è bene tenerlo a mente sempre, per potere apprezzare al meglio il presente, la vicinanza delle persone finché esse sono intorno a noi. Perchè ciò sia possibile serve anche che si sia capaci di abbattere divisioni e rancori, di passare sopra agli inevitabili screzi che in tutte le famiglie portano ad allontanamenti, anche per molti anni se non addirittura per sempre. Da bravo "ateo-francescano" ,come mi piace definirmi, vedo un valore importante che potrebbero avere le feste natalizie: quello della prescrizione, dell'abbattimento dei vecchi rancori e del ritorno al piacere dell'incontro, della riunione, finchè questo sarà possibile nel tempo che ad ognuno resta da vivere. Ho avuto modo di assistere a un piccolo miracolo di questo genere, in queste festività 2007, e tanto è bastato perchè io possa tracciare un bilancio positivo di quest'anno. E anche se la fine di atteggiamenti freddi tra le famiglie di due fratelli a me cugini è un evento che mi tocca solo marginalmente, l'atmosfera di gioia e serenità si è respirata di nuovo, finalmente, dopo qualche anno di lontananza dovuto a un singolo episodio di litigio, quando finalmente è stato messo da parte l'orgoglio di ciascuno, applicata dunque quella "prescrizione" di cui parlavo prima, al di là di eventuali responsabilità di qualsiasi persona. Si dovrebbe avere la capacità, magari ogni due anni, di annullare i rancori dovuti a torti subiti o a torti fatti, azzerare tutto e mai più riprendere il discorso su tali eventi negativi, perchè quasi sempre le origini dei dissapori sono legate a singoli episodi che con un po' di buona volontà da ambo le parti possono essere facilmente superati. Un discorso a parte vale invece per gli screzi che nascono da incompatibilità caratteriali, da atteggiamenti di chiusura mentale e infantilismo negativo, quando invece proprio i bambini potrebbero insegnarci il modo di far pace dopo una lite furiosa. 
E' l'augurio che do a tutti, ai fidanzati, alle coppie sposate e non, ai fratelli, agli amici, ai tifosi delle squadre di calcio, ai protagonisti di faide a base di colpi di lingua o di pistola, di essere capaci di azzerare i rancori, al di là delle singole responsabilità, al di là della colpa e della ragione, di dare un gran bel calcio nel culo al proprio orgoglio, mettere da parte i diverbi per mai più citarli in futuro. E non è nemmeno poi così difficile, accidenti! Buone feste a tutti.
12月19日

Teoria delle Sinusoidi

La Teoria delle Sinusoidi nasce dall'osservazione del mondo fisico che ci circonda e dai comportamenti umani. In natura tutto si svolge secondo un andamento alternativo (giorno-notte, veglia-sonno, caldo-freddo, luce-buio, vita-morte ecc...). Proviamo ad immaginare ciò come una linea sinusoidale, cioè come il serpeggiare di un fiume lungo il suo corso, solo però che la sinusoide ha un'ampiezza e una curva regolare.
 E' provato che ogni essere vivente è condizionato da queste escursioni naturali da un estremo all'altro, prima tra tutte le cadenze del giorno e della notte e le stagioni, e la sua vita si svolge in relazione a questo funzionamento del mondo in cui vive. Immaginiamo di tracciare con una matita una curva sinusoidale su un foglio di carta. Probabilmente ognuno disegnerà una curva simile nella forma ma diversa nella frequenza delle oscillazioni e nella lunghezza di ogni curva (in fisica la chiameremmo frequenza e lunghezza d'onda).
Proviamo ad immaginare la vita interiore di ognuno di noi posta lungo questa sinusoide. Ognuno avrà una propria ampiezza e lunghezza d'onda e, se provassimo a mettere vicine due di queste curve, noteremmo che in alcuni punti arriverebbero a toccarsi mentre per il resto ci sarebbero tratti di lontananza estrema e tratti mediamente lontani. In sintesi i tratti di avvicinamento delle curve rappresentano i momenti in cui ci si sente in grande sintonia con l'altro, i tratti in cui le curve sono lontane tra loro rappresentano i momenti di assenza di feeling. Vivere intensamente i momenti di vicinanza quando si presentano è la messa in pratica del cogliere l'attimo, del "carpe diem". 
12月15日

Il mondo delle ombre

Come al solito è durante i miei giri notturni che nascono le ispirazioni per le mie riflessioni. Durante le soste per lo scarico del camion mi guardo intorno dal mio posto di osservazione a un metro dal suolo, negli intervalli tra il  "vai-e-vieni" del mio collega. La notte è una cornice abituale con la sua atmosfera pacata, il silenzio, le luci artificiali. E sono proprio loro, le luci, a farmi scoprire questo mondo silenzioso, intrecciato col nostro ma che solo raramente notiamo: il mondo delle ombre. E' un mondo speciale dove le sue creature non hanno forma definita ma mutevole, a volte invisibile, a volte di una presenza prepotente. E' la luce dei fari di un'auto che passa a dare il via a questi pensieri, proiettando sul muro di un edificio l'ombra di un albero posto al margine del marciapiede. L'ombra arriva, si modifica, si sposta fino a scomparire insieme al rombo del motore dell'auto e la mia attenzione si posa su tutte le ombre create dall'illuminazione fissa della strada. Sono soggette a leggi dell'ottica, certo, ma sfuggono al rigore delle dimensioni di ciò che le origina. Mutevoli, bidimensionali, hanno forma propria. E' un mondo affascinante, quello delle ombre, perchè anche se correlato al nostro è indipendente nella sua espressione. Potrei vedere la mia figura allungarsi fin quasi all'infinito in una lunga striscia scura, sulla strada o fino al punto più alto della facciata di un palazzo, o moltiplicarsi (basti pensare alle ombre quadruple dei giocatori di calcio durante una partita in notturna) o contrarsi in una forma che niente ricordi di me. Siamo fatti di materia, di spirito, di odori e di ombre, ma sono proprio le ombre a sganciarci da rigore del corpo che ci contiene. Senza il corpo che le origina le ombre non esisterebbero, certo, ma la loro vita è un susseguirsi infinito di forme possibili, audaci, imprevedibili, stupefacenti, paurose o ammalianti. Chi è avezzo alla fotografia conosce meglio questo mondo, di cui in passato fu Caravaggio a mostrarcene l'importanza e la presenza. Gli gnomoni delle meridiane ne facevano strumento per l'indicazione del tempo che passa. Potrebbe sembrare che le ombre abbiano vita solo in determinati momenti, ma anche quando non c'è il sole e la luce  è diffusa il loro mondo continua a convivere col nostro, in modo discreto e silenzioso, per mostrarsi accompagnatore fedele non appena un raggio di luce ci colpisce.
11月10日

Semafori e coscienza

 Immerso in una delle mie solite notti tranquille eccomi di nuovo alle prese con un semaforo rosso. C'è solo il mio camion. Dall'unica direzione che incrocia la mia strada non vedo arrivare nessuno, ci sono almeno 200 metri di visuale. Inutile restare lì fermo ad aspettare, parto e passo oltre. Come al solito si innesca la riflessione:"Ho commesso comunque una scorrettezza sanzionabile, non dovevo passare". E' vero, sì, ma quante altre volte sono passato mentre il semaforo era giallo lampeggiante ed ho fatto la stessa cosa, cioè guardare se arrivava qualcuno per poi passare? In quel caso la stessa cosa che ho fatto adesso era perfettamente lecita. Dove sta la differenza? Nel caso del semaforo giallo lampeggiante veniva chiamata in causa la mia coscienza, l'essere attento e consapevole della manovra da fare, controllare che l'azione di passaggio fosse sicura e poi decidere. Invece un semaforo rosso decide per me. E' molto più semplice e comodo, certo, tutto più ordinato, eppure l'incrocio è lo stesso e le condizioni di traffico (inesistente a quest'ora) pure. La semplice differenza tra luce rossa fissa e luce gialla lampeggiante può rendermi buono o cattivo nonostante io compia la stessa azione. Così, in modo casuale ma non troppo, il mio pensiero va lontano, lontano da me e lontano nel tempo, ai tempi in cui a Berlino c'era ancora il muro. Penso a quante persone sono morte nel tentativo di raggiungere uno stato di libertà a loro necessario. Penso alla differenza tra chi avrebbe cercato di scavalcare il muro un giorno prima o un giorno dopo della fatidica data: L'uno avrebbe rischiato di ricevere proiettili, l'altro saluti. Ci sono stati e ci saranno sempre episodi al limite del paradosso in cui si potrà essere eroi oppure no, vivi o morti, amici o nemici, e tutto solo per un improvviso cambio di confine, o per l'improvvisa cessazione di una guerra, per l'entrata in vigore di una nuova legge. Capita sempre più spesso che una regola si sostituisca alla coscienza, risparmiando alla mente il fastidio di pensare. Un altro esempio banale è costituito dal divieto di sosta per passo carrabile che a volte si vede all'uscita di un cancello. Mi è capitato di assistere alle lamentele di chi si vedeva sbarrato il portone della propia abitazione da un'automobile parcheggiata in modo maldestro e di sentirsi rispondere: "Lei non ha il Passo Carrabile, quindi cosa vuole da me?" Basterebbe solo che si svegliasse dal suo torpore la coscienza e il senso pratico per capire, eppure non succede. Per opportunismo o atrofia cerebrale? Mah, chissà. E pensare che se avessi incontrato il semaforo a luce verde a quest'ora i miei pensieri sarebbero rivolti altrove...
10月30日

Dio e i semafori

E' notte. Una notte come le altre, tranquilla, ho solo più fretta del solito, mentre guido, perchè sono in ritardo sulla tabella di marcia. Arrivo a un semaforo, rosso nonostante siano le 4:30 del mattino. Guardo a destra: nessuno. Guardo a sinistra: nessuno. Ingrano la prima e passo oltre. Rifletto sulla mia infrazione: non ho corso nessun pericolo, né per me né per altri, la città dorme ancora e per strada non c'è nessuno. Però, se ci fosse stata una telecamera come ci sono in certi incroci, il mio peccato sarebbe stato notato, forse sarebbe arrivata su di me la punizione. Improvvisamente penso all'analogia con la punizione divina. Ciò che consolidava i princìpi morali delle genti del passato era anche la paura della punizione divina. "Dio mi vede, lui vede tutto, e se commetto peccato mi punirà". Questo faceva sì che i timorati di Dio rispettassero le regole, per giusto principio o per timore.
  La gente di oggi non è più così. Il pensiero di un Dio giudice raggiunge poche persone, il deterrente moderno è costituito da un occhio elettronico che vigila e controlla:
 - C'è una telecamera, non allungo la mano per rubare al supermercato.
 - C'è l'autovelox, rallento o mi multeranno.
 - C'è la telecamera all'incrocio stradale, non commetto infrazioni.
Forse siamo tutti come pecore che hanno necessariamente bisogno di un pastore?
Viviamo in un'epoca in cui i buoni principi sono presi in giro, la pubblicità spaccia il furbo per vincente, per qualcuno un po' al di sopra di tutti gli altri.
E' forse questo a renderci sguscianti dalle regole se non costretti?
Boh, chissà. Che strani pensieri si fanno la notte.
Arrivo a un altro incrocio, il semaforo è rosso. Guardo a destra, poi a sinistra, non c'è nessuno.
Ingrano la prima e passo anche qui...
 
10月7日

Libera (nel vento)

Era tempo che parlassi di lei, di Libera. Ho aspettato di avere le foto che degli amici hanno  scattato a Libera mentre navigava nel vento. Sono le prime foto che ho di Libera invelata che naviga nel silenzio, vista dall'esterno, da un'altra barca. E se per caso non l'avessi saputo già, mi rendo conto di quanto sia bella e di quanto grande sia il legame tra me e lei. Il mio unico merito è stato quello di sottrarla a una probabile triste fine dopo i lunghi anni di abbandono in cui lei, malinconicamente, guardava il mare irraggiungibile, posta com'era su un vecchio carrello d'alaggio malridotto dal quale un giorno o l'altro sarebbe rovinata sulla sabbia. Il mare pietoso, memore dei giorni in cui lei l'aveva solcato, durante le mareggiate d'inverno saliva sulla spiaggia fin quasi a raggiungerla, a cercare quel contatto negato da nove anni di abbandono. Spesso, quando passavo da quelle parti, deviavo dalla mia strada per andare a vederla. Allora il suo nome era "Paperoga". Ero stato solo una volta in mare con lei, il giorno in cui dei miei amici l'avevano acquistata dal vecchio proprietario, messa in acqua e ormeggiata nella caletta. Quell'anno la barca uscì in mare solo altre due volte, poi fu tirata in secca in ottobre e da quel giorno, per nove anni, immobile a guardare il mare. Quell'unica uscita era stata sufficiente a far nascere il feeling, a far sì che io la sentissi adatta a me, al mio desiderio di libertà da conciliare a disponibilità economiche e di tempo ridotte. L'idea di lasciarla sola in acqua, d'estate, ormeggiata a una boa e alla mercè degli arrembaggi dei gruppi di ragazzini che frequentavano la spiaggia non mi entusiasmava, per cui l'idea di diventare velista restò solo un'idea vaga. Passarono gli anni e Lino capì che, per via degli impegni familiari che assorbivano tutto il suo tempo libero, con quella barca non sarebbe mai uscito in mare. Fra varie possibilità prese corpo quella che Paperoga fosse rimessa in condizioni di navigare e trasferita a Lipari dove sarebbe stata in comproprietà con altri. Andò a finire che gli altri si tirarono indietro e rimasi da solo ad affrontare i lavori di restauro della barca che divenne solo mia. Dopo tanti anni di lontananza dal mare mi sembrò giusto che il suo nome fosse "Libera" e, per non sembrare troppo presuntuoso, aggiunsi "(nel vento)" perchè lei, nel vento, libera lo è davvero. Fu così che "Libera (nel vento)" tornò a solcare il mare, a farsi baciare dal sole, a farsi carezzare o scuotere dal vento. Ciò che mi ha dato in cambio delle fatiche per le riparazioni non ha prezzo. Ha permesso alla mia natura indipendente di esprimersi al meglio, lontano da confini, semafori, muri e tutti gli altri limiti legati alla necessità di denaro, di cooperazione quasi sempre infruttuosa con il resto della razza umana. E' piccola Libera, ma proprio perchè tale ha meno bisogno di collaborazioni esterne. Poche persone sono sufficienti per spingere il suo carrello in acqua, tre persone e un verricello sono sufficienti per tirarla fuori a fine stagione. E' leggera, circa 500 chilogrammi, per cui naviga anche con poco vento e necessita di poca benzina per il suo motore ausiliario. I costi di manutenzione sono proporzionali alla superficie dello scafo, per cui più è grande la barca, più alti sono i costi per vernici vele e attrezzature varie. Libera misura 5 metri di lunghezza fuori tutto, ma ha le caratteristiche di una barca a vela più grande. L'abitabilità è minima, direi spartana, ma ben si addice ai miei trascorsi di vacanziere nautico in kayak. Libera è un ponte verso la serenità,  è il mezzo per completare quel progressivo e inesorabile distacco dalla terraferma e dalla razza umana, per me sempre più estranei se non addirittura ostili. Io le sono grato per questo, lei mi è grata per averla riportata in mare. Insieme randageremo liberi nel vento.
8月25日

Randagiata 2007: "Alicudi mon amour"

Contrariamente alle previsioni, anche quest'anno il Lupo e Libera hanno potuto fare la loro "randagiata". Dal 5 al 18 agosto la loro vita si è spostata nel mare. Il primo giorno è stato terribile a causa del cattivo tempo incontrato e della stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Le circa 22 miglia tra Capo Peloro e Milazzo sono state percorse di bolina contro vento e mare al limite della possibilità di sopportazione delle vele montate, tra spruzzi e "spanciate" improvvise dovute allo scarso controllo del capitano, in stato di semi-incoscienza fino all'arrivo. Il secondo giorno è stata la volta della tappa Milazzo-Vulcano, dove le 12 miglia di distanza sono diventate circa il doppio a causa dell'andatura a zig zag, di bolina, necessaria per risalire il vento contrario. Metà tragitto percorso in condizioni fisiche non ottimali e poi la parte finale dove finalmente ho potuto assaporare il piacere di andare a vela gestendo al meglio la barca. Un giorno intero di riposo passato al Porto di Levante di Vulcano, oasi magica in cui riprendere le forze e recuperare il sonno perso, poi rotta su Salina scavalcando l'ormai arrogante e insopportabile Lipari. Sosta notturna all'ancora poco oltre il porto di Rinella, poi rotta su Filicudi, dove la scarsa presenza di barche dovuta alle condizioni meteo non ottimali ha creato l'habitat adatto per sostare qualche giorno, non senza inquietudine causa vento forte. La randagiata solitaria ha avuto una simpatica svolta col sopraggiungere del "Flipper", altra barca a vela proveniente da Milazzo con 5 amici a bordo e un simpatico cucciolo d'uomo. Il pomeriggio del 12 agosto ha visto Libera ormeggiata al lato di dritta del Flipper, il Lupo pranzare con gli amici per poi andare con le due barche a vedere tramontare il sole dietro La Canna, uno scoglio alto e sottile a circa un miglio da Filicudi. Di nuovo ormeggiato da solo, contemplando la magnifica notte stellata, in pace con me stesso e, in parte, col mondo, ho deciso che appena fatto giorno sarei partito verso Alicudi, la più piccola delle isole Eolie e quella che amo di più. E' stato l'inizio della magia. Il mare liscio e l'assenza di vento hanno fatto sì che la raggiungessi a motore, poco male perchè ciò mi ha permesso di rilassarmi di più, continuare la lettura dei libri che mi ero portato dietro, osservare i grandi spazi tutto intorno, le altre isole sempre più lontane. E, nel pomeriggio, ecco arrivare anche Flipper, con due elementi in meno nel suo equipaggio, sbarcati prima di partire da Filicudi. La magia speciale dell'isola, il tempo sereno, la tranquillità e il silenzio, la giusta predisposizione degli altri amici sull'altra barca, ammaliati anche loro da questa atmosfera, ha fatto si che scendesse su di noi una serenità speciale, di quelle rare da vivere e per questo da non lasciare sfuggire. Mentre osservavo Libera affiancata a Flipper riflettevo sulle scelte circa i percorsi di vita comuni, facendo dei paragoni:
 Si è portati a credere, secondo me a torto, che nel momento in cui due persone formano una coppia per vivere insieme diventino una cosa sola. Guardavo Libera e Flipper, due barche diverse, con caratteristiche diverse, prestazioni diverse, esigenze diverse anche se simili in quanto entrambe barche a vela. Non potrebbero mai navigare insieme come se fossero una cosa sola, sarebbero goffe, l'una impaccerebbe l'altra, finirebbero per toccarsi troppo fino a farsi reciprocamente del male. Lo stesso vale per le persone: il loro modo di essere, la loro vita, anche se quasi identiche hanno bisogno di essere espresse singolarmente, mantenendo la possibilità di stare a contatto ma senza provare a diventare diversi da ciò che si è. E' così evidente e semplice, ma perchè non lo si fa? Perchè ci si illude che possa essere meglio fondendosi in un'unica "cosa" o perchè così hanno sempre fatto coloro che ci hanno preceduti?
Io so solo che ho vissuto una vacanza insieme ad altri amici senza mai sentirmi limitato nella mia natura solitaria, continuando ad essere libero nelle mie scelte, autonomo e indipendente, libero di salpare (come in effetti ho fatto) quando ne ho sentito il desiderio, arricchito però dagli scambi di parole, di sensazioni, dal piacere di emozioni comuni, condivise, dalla spontaneità del piccolo "Attìa" con cui ho giocato a lungo. Ho affrontato il viaggio di ritorno vivendo la bellezza dello stare da solo, nudo, nel silenzio, spinto dal vento, del non avere fretta, del sentire il mio tempo solo mio e di rivedere comunque gli amici alla fine del giorno, da un'altra parte, per poi rifare lo stesso l'indomani, fino al rientro a Milazzo. Il tempo generoso mi ha anche permesso di percorrere il tragitto Milazzo-Messina per la prima volta interamente a vela spinto dal giusto vento, e Capo Peloro clemente mi ha fatto trovare la corrente favorevole appena l'ho doppiato. Il 18 agosto Libera e il suo capitano sono ritornati a casa e l'indomani Libera è stata alata in secca. Stagione brevissima, quest'anno, ma ricca di sensazioni. E' doveroso un grazie al mare che mi ha cullato (a volte sbattuto), al vento che mi ha sospinto, al sole che mi ha riscaldato. Un non-grazie a tutti gli idioti che mi sono passati accanto a tutta velocità con le loro barche a motore, grandi e piccole, esempio di quanto si abbia poco rispetto per il prossimo. A loro auguro delle belle avarie costose, non pericolose, ma che li feriscano dove sentiranno più male: nel portafogli. Un altro grazie va agli altri amici senza il cui sostegno questa randagiata non avrebbe avuto luogo: Ninuccia, Cettina, Alberto, Giancarlo, Michele, Antonio, Giuseppe e i pescatori della spiaggia di S. Agata.
6月18日

Ricordi sotto il sole

L'ambientazione delle mie riflessioni stavolta è stata la natura rustica di un torrente, sotto il sole. Il pretesto della raccolta di un po' di noci verdi per fare un liquore mi ha portato a risalire il torrente di Pezzolo, e con esso a risalire a dei ricordi della mia prima vita. Per chiarezza, la mia prima vita è durata dalla nascita fino a poco più di 21 anni, la seconda fino a 41, la terza è in corso e non so come sarà ma, del resto, la cosa non mi interessa più di tanto. Mentre camminavo lungo il torrente, in compagnia del ronzare di qualche insetto e del fruscio dello scorrere dell'acqua, sono riemersi i ricordi di molto tempo fa. Fu nel novembre del 1983 che conobbi per la prima volta il torrente di Pezzolo e la sua cascatella, oggi ormai pressocché asciutta. Fu lì che vidi per la prima volta Cleo, ancora non sapevo che sarebbe stato un grande amore e, a quanto pare, anche l'ultimo fino ad oggi. Ricordi stratificati. Mentre cammino ricordo Cirillo, il mio cane che non c'è più, insieme al quale ogni anno andavo a raccogliere le noci lungo il torrente e senza il quale non ero più tornato dal 2000.  E' come fosse vivo, adesso, in questo silenzio irreale al quale la vita di oggi ci ha disabituato. L'acqua scorre, scorre e scava, modifica il suo corso e un po' del paesaggio, ma per il resto tutto è quasi come molti anni fa. Sembra la metafora della nostra vita: Il luogo è lo stesso, il luogo è come fossi io, ma il tempo lavora ed erode, scava, modifica un po' tutto il resto. C'è qualche albero morto, addirittura una grossa roccia ora è spaccata in due, forse grazie a delle radici o all'azione delle intemperie. L'albero di gelsi bianchi è ancora lì, un po' malridotto ma ancora disponibile a concedere le sue dolci more. Slurp! La cascata non casca più, ma l'acqua filtra fino in basso e colonie di girini nuotano nelle pozze. C'è anche un granchio. La sovrapposizione dei miei ricordi non mi crea confusione in testa, basta solo accettare l'idea del non-tempo. Tutto è qui, ora. L'immagine di noi ragazzi che facciamo la foto di gruppo su un sasso, 23 anni fa circa, l'espressione di Giovanni qundo finì con i piedi nell'acqua, il mio cane che mi seguiva, in tempi più recenti, seguendo la traccia del mio odore e non la via più breve. Sono tornato tante volte in questo luogo, con persone diverse e in tempi diversi, e l'essere adesso solo con me stesso innesca tutti questi ricordi. No, non sono solo. Devo tenere a mente che in fondo sono un visitatore occasionale, e l'incontro con un serpente grigio e nero di poco più di un metro di lunghezza me lo ricorda. Curiosando all'interno di una casupola in pietra dal tetto caduto, probabile deposito di attrezzi dei contadini di un tempo, ho violato la tranquillità del serpente. Vipera? No, troppo grande.  Comunque, serpente innocuo o no,  nessuno aggredisce nessuno se non ne è costretto. Paura non ne ho avuta, solo il rammarico di non avere la macchina fotografica. Avrei avuto tutto il tempo di ritrarlo, perchè stava fermo e mi sembrava addirittura morto, fin quando non si è scocciato e si è allontanato. Sulla strada del ritorno altra casupola in pietra dalla porta caduta. Il tetto è stato rifatto in cemento, anni fa, e dentro ci sono oggetti agricoli, qualche piatto e.... Se fossi un topolino potrei dire di aver visto gli angeli, ma sono un uomo e quelli sono pipistrelli. Mi fermo affascinato, sulla soglia, finché gli occhi si abituano alla semioscurità e vedo il volteggiare di questi animaletti, infastiditi dalla mia apparizione. Saranno una ventina, più o meno, li guardo svolazzare nella stanza e assorbo le sensazioni uniche di questo incontro fortunato (per me) che mi permette di osservare con una certa vicinanza questi finti mostriciattoli. Poi cominciano a riappendersi al soffitto, tranquillizzati o stanchi, e capisco che è tempo di andare, di tornare alla condizione del tempo regolare, quello scandito dai tic tac degli orologi, al mondo attuale che continuo a sentire distante, come se ne fossi separato da una lastra di vetro, nella condizione di chi osserva senza aver voglia di essere partecipe di quello che accade, con la consapevolezza di essere più vicino al tempo degli addii che a quello degli incontri. Ma la vita scorre, come scorre l'acqua del torrente, si fa la sua strada anche se c'è chi cerca di indirizzarne il corso. Molto meglio, a mio avviso, la casualità degli eventi. A noi assaporarne l'essenza, al destino il tracciarne il percorso.
5月23日

Pensieri bizzarri in una notte tranquilla

Pensieri bizzarri in una notte tranquilla
Solito giro notturno come tanti altri. Stavolta vengo colpito dal risalto che la luce radente dei fari dà ad ogni minimo rilievo dell'asfalto. La strada che di giorno sembrerebbe apparentemente liscia, in realtà si rivela in tutta la sua irregolarità. Conosco bene l'importanza della luce, soprattutto in fotografia. Non a caso, le ore ideali per fotografare in luce naturale sono quelle in cui il sole è un po' basso all'orizzonte, tarda mattina o primo pomeriggio. La luce radente, creando ombre, scolpisce, esalta il rilievo, dona corpo e tridimensionalità a un'immagine che a mezzogiorno, con il sole a picco, sarebbe piatta e scialba. Ma la luce dei miei fari, stanotte, chissà perchè, mi ha fatto notare dell'altro: tante piccolissime impronte circolari, lisce e lucide, si stagliano sul nero dell'asfalto. Sono piccole, quasi invisibili, tracce del passaggio di genti. Sono gomme da masticare spiaccicate. Se un tempo, quando le strade erano fatte di terra battuta, si poteva notare il passaggio delle genti dalle impronte rimaste nella polvere o nel fango, oggi sono le "masticanti" (nella mia città le chiamiamo così) a lasciare traccia del passaggio di qualcuno. E sono milioni, quasi invisibili sull'asfalto e impertinenti sui marciapiede di colore bianco. Ognuna è testimone di un passaggio, di vite e vite sovrapposte, giorno dopo giorno, di bambini sulla strada di scuola, di giovani donne in nervosa attesa ad un appuntamento, di ragazzi finti spavaldi in compagnia di amici. Posso immaginare qualsiasi tipo e probabilmente corrisponderebbe al vero tranne, forse, gli anziani che all'uso del chewing gum non sono abituati. Il suono dei passi lo senti, ma poi svanisce, il suono delle voci si spegne, i respiri e i sospiri finiscono anche loro, la presenza dei corpi nello spazio fisico muta di continuo ma la masticante spiaccicata resta lì, come una firma, piccolo marchio che sembra dire: " Qui qualcuno è stato."
 
 
5月7日

Scherzi di prospettiva

Strada deserta, luci notturne, chiarore lunare. Il mio sguardo assonnato punta avanti, lontano, e ciò che vedo, o meglio ciò che credo di vedere mi stupisce: sembra che alla fine della strada ci sia il Colosseo...  So che non è possibile, siamo a Messina, non a Roma, e comunque fino a ieri non c'era!
Guardo con più attenzione. Il giallo delle luci notturne e la prospettiva mi hanno giocato uno scherzetto: la strada, lì in fondo, risale e le strisce bianche di quattro passaggi pedonali, lontani tra loro ma alla stessa distanza l'uno dall'altro, dal mio punto di osservazione danno l'impressione di essere un'alta parete piena di finestrature.
 Sorrido e, come mi capita spesso durante questo mio girovagare attraverso la città addormentata e silenziosa, trovo una metafora.
  Troppo spesso crediamo di conoscere qualcuno solo in ragione di una visione che potrebbe essere falsata e ciò può dipendere da varie cose:
- Il rimanere troppo a distanza
- Valutare sulla base di pochi elementi
- L'abitudine agli stereotipi
- La poca attenzione verso ciò che l'altro è davvero
 
 A me capita spesso di venir visto diverso da come sono. Mi si potrebbe dire che non permetto un'osservazione ravvicinata, e questo, forse, un po' è anche vero, ma per la maggior parte ciò dipende dalla pigrizia altrui e nel non volere provare a creare un'immagine da zero. E' più facile e comodo basarsi su immagini e idee già pronte nella mente e nella memoria, più comodo, insomma, accettare l'idea di un Colosseo che non c'è piuttosto che cercare di capire.
 In questi casi un cieco riesce a vedere e comprendere cose che chi non dovrebbe avere limiti alla sua percezione del mondo e della gente non è capace di vedere.
 Morale: Non bisogna mai fermarsi alle apparenze.
 
4月24日

Il tempo e i ricordi

 Immerso nel buio e nel silenzio della notte, mentre guido, lascio che i miei pensieri corrano liberi e li seguo curioso. Qualcosa mi riporta indietro negli anni, emergono i ricordi di quando ero bambino, voci, suoni, pensieri. Sembra strano ma non "sento" la distanza tra gli anni, come se fossi stato bambino solo ieri. Il tempo passa e la vita si avvolge su se stessa come le spire di una molla: tanti anelli sovrapposti in modo che la percezione del tempo passato non ci sia. Oggi ho quasi 43 anni ma non sento l'abisso che dovrebbe esserci tra adesso e quando ne avevo 9 . E' come se tutto sia quasi equidistante. Allora vedevo il mondo dei "grandi" come qualcosa di lontano, di diverso mentre adesso so che niente è cambiato. Certo, il mio corpo si, il mio modo di interagire si è evoluto ma fondamentalmente sono lo stesso. Se avessi tempo probabilmente giocherei con i soldatini così come facevo allora, perchè non è che crescendo si cambi, semplicemente si aggiungono nuove cose, ma tutto resta lì. Tanta, troppa gente dimentica questa cosa che invece è importante per non creare incomunicabilità tra adulti e bambini. Il bambino ascolta e riceve mentre l'adulto perde la capacità di ascoltare e capire.
  La notte scorre, e tra una sosta e l'altra i miei pensieri riprendono il loro libero volo. Riaffiorano suoni e voci antiche, sempre nella stessa sensazione di vicinanza, di evento accaduto da poco. Il passato è sì come un filo, ma come un filo avvolto e tanti punti del filo sono vicini tra loro, senza quindi una rigida successione temporale. L'ho sempre detto che il tempo è elastico, se ne ha dimostrazione quando se ne perde la percezione a seconda di cosa si faccia, se cosa piacevole o meno, se ci si adagi nella culla del sonno e ci si svegli con una falsata percezione di quanto tempo sia trascorso rispetto al ciclico ticchettìo di un orologio. Grazie a te, notte, che mi rubi sonno e fai volteggiare i miei pensieri.
3月7日

Della morte

L'argomento non piace a tutti, quando lo affronto. Preferisco quindi trattarlo qui, così lo legge solo chi ne ha voglia e resta scritto per letture future.
La morte è, se ci pensiamo bene, l'unica cosa certa della vita. Sappiamo quindi che c'è, arriverà il suo momento. Ritengo allora che, piuttosto che evitare di parlarne, sarebbe meglio ragionare un po' su certi aspetti. Cosa è davvero la morte? E' quella cosa che priva gli altri della percezione di chi muore, li priva della presenza, delle parole, dei gesti. Chi muore può averne, a seconda dei casi, consapevolezza, ma in fondo è come se attraversasse una porta che conduce in un luogo non illuminato e che quindi dall'esterno non si conosce. Basta allora esercitarsi con la fantasia ad immaginare come possa essere quel luogo, pensare che non necessariamente debba essere qualcosa di peggiore del mondo che si lascia. L'idea che la morte possa privarci di una persona conosciuta, di una persona cara, ci angoscia più che se la cosa toccasse noi stessi. Il dolore per l'assenza, la consapevolezza che non si potrà mai più rivedere, risentire, abbracciare o toccare una persona che muore è a mio avviso all'origine della paura della morte. In più c'è il senso di dispiacere per un qualcosa che si è interrotto, un'esistenza corredata di sensazioni, ambizioni, sogni, progetti non ancora portati a compimento. E' il motivo per cui si è più colpiti dalla notizia della morte di una persona giovane, è quello che io chiamo l'effetto James Dean o Marilyn Monroe: il rammarico per le potenzialità inespresse, per quello che ancora avrebbe potuto essere e non è stato. Allora faccio un paragone. Ai tempi degli emigranti una madre vedeva partire il proprio figlio e (non c'era ancora la Carrà...) sapeva, in cuor suo, che difficilmente l'avrebbe rivisto. La sensazione di perdita era molto simile a quella provata per la morte, ma c'era la speranza che il viaggio avrebbe condotto il figlio verso un futuro diverso, migliore, e tale speranza rendeva accettabile e sopportabile la perdita della sua vicinanza, della sua presenza fisica. E' questo l'atteggiamento giusto verso la morte.
Una persona che muore lascia una parte di sé in chi resta, nel ricordo, a volte anche nella gestualità quotidiana. E' un modo istintivo che la nostra mente adotta per sopperire all'improvvisa mancanza. Il dolore per la perdita può anche essere legato al rimpianto per ciò che si sarebbe voluto fare o dire. Pensare alla morte dovrebbe insegnarci a vivere di più il presente, a godere della quotidianità, di ogni momento che è unico e irripetibile, senza però l'angoscia di chi si ingozza di cibo perchè teme che domani non ne avrà. Un'amica mi ha raccontato che, essendo molto legata alla madre, ha paura di perderla. E allora si alza per osservarla da vicino, mentre dorme, perchè ha paura che sia morta. A volte la madre si sveglia e, giustamente, si incazza. A che serve pensare con angoscia alla morte? Non è in nostro potere intervenire sul destino per cui è sufficiente prendere coscienza che non siamo immortali, che la nostra vita avrà di sicuro una fine, che non ha molto senso fare progetti "faraonici" (termine appropriato...) e che è molto meglio soffermarsi di più a guardare il paesaggio intorno a noi, a respirare e sentire il gusto dell'aria in bocca, i profumi, i suoni, a fare in modo che nel momento in cui arriverà la nostra ora noi si possa dire di essere comunque paghi di ciò che si è vissuto. E' il messaggio che provo a dare ai miei amici, avvisandoli di non piangere troppo il giorno in cui sapranno della mia scomparsa, perchè se anche dovesse arrivare domani mi troverebbe soddisfatto di quello che fin qui ho vissuto, sereno e senza rimpianti, curioso quanto basta per affrontare col giusto stato d'animo il varco verso la stanza buia. Sapere che la cosa per me non è poi così terribile dovrebbe lenire in parte il loro dolore. Per quanto riguarda il non poter più sentire le mie "cazzate", vedere i miei gesti, basta già il semplice ricordo, il parlarne seduti intorno a un falò in riva al mare e sarò sempre con loro, né più né meno come io sento vive, anche se solo nel ricordo, le persone care che non ci sono più. 
 
2月24日

Il risveglio dell'orso marino

   Un momento della randagiata 2006
11月24日

Prospettive

"Ogni tanto coricati sul letto dal lato dei piedi. Vedrai il mondo da un altro punto di vista."  Sembra una frase stupida, invece dice tanto. Basta trovarsi appena un metro più su del solito, osservando la città dalla cabina di un camion piuttosto che da dentro un'automobile, per scoprire una città nascosta. Come fossi una giraffa che allunga il collo per sbirciare oltre un muro, scopro una buona quantità di scorci nascosti della mia città. Scopro nuovi punti panoramici da cui fotografare il mare, facciate di ville e case antiche, giardini tranquilli al riparo dagli sguardi del mondo rasoterra. A volte provo a fare un gioco che facevo in passato: provo a osservare il paesaggio che mi si pone davanti, sia esso una strada tra i palazzi o una collina, come se non conoscessi cosa ci sta dietro, con lo stesso atteggiamento, cioè, di chi si trova per la prima volta a percorrere le vie di una città sconosciuta e non conosce ciò che non vede. Accadono due cose. Vedo il mondo esterno con altro occhio, provando a fantasticare su cosa possa esserci 100 metri più in avanti, se una curva o una casa o il mare, provando le emozioni di chi va verso la scoperta di ciò che ancora non conosce. La seconda cosa è che, osservando con l'occhio di chi esplora il nuovo, scopro tanti dettagli finora mai visti durante l'andare e venire lungo vie ormai conosciute. Icone votive, decorazioni antiche su case cadenti, nuove insegne di negozi. E penso che bisognerebbe, ogni tanto, fare lo stesso anche con le persone che si conoscono, per scoprire aspetti evidenti ma nascosti agli sguardi banali. E' un nemico cattivo, la routine, più pericoloso di un acido, delle rughe, di una malattia. Si insinua silenziosa, la routine, zitta zitta, non ha odore, non si vede. Ad alcuni spegne lo sguardo, altri li rende automi, impastoia i piedi di chi vorrebbe camminare e tarpa le ali di chi vorrebbe alzarsi in volo. Che peccato, eppure basterebbe guardare con occhi curiosi ciò che ci circonda oppure osservare il mondo trovandosi appena un metro più su del solito, dall'interno della cabina di un camion...
11月1日

Metodi di comunicazione e barriere mentali

Viviamo nell'era delle comunicazioni eppure abbiamo una certa difficoltà a comunicare. E' difficile che si scambi qualche parola o si socializzi con persone sconosciute incontrate per strada. In effetti è possibile avere sgradite sorprese, per cui la diffidenza è anche giustificata. Un caso strano è rappresentato dalle chat-line. Avendo la possibilità di celarsi dietro l'anonimato ognuno può essere ciò che vuole, se stesso o un personaggio creato ad arte. La consapevolezza di avere tra se e gli altri la rassicurante barriera dello schermo del computer a volte fa sì che ci li lasci andare a confidenze che non si avrebbero nemmeno con i propri amici fidati. Si può quindi andare incontro ad esperienze molto varie, alcune cattive, altre molto interessanti. Conosco molte persone le quali, quando parlo delle mie amicizie intrecciate in chat, storcono un po' il naso e sento loro pronunciare le frasi di rito: "Si tratta di virtualità, di finzione"  "è un mondo di solitudine pieno di opportunisti in cerca di avventure"  " chi va in chat ha paura di affrontare la gente reale"  e tante altre che neanche ricordo più.
 Per quanto mi riguarda, la chat è uno strumento di comunicazione e, come tutti gli strumenti che arrivano nelle nostre mani, siamo noi che decidiamo se averne un uso corretto. Una mazza da baseball può essere un attrezzo sportivo o un'arma pronta a modificare i connotati facciali di chiunque, se usata in modo distorto. Per questo motivo non entro nel merito dell'uso che ognuno possa fare di una chat. Quello che contesto fermamente è la definizione di "realtà virtuale" se per virtuale si intende "finto".  Comunicando per mezzo della chat mi sento come i radioamatori di una volta, che grazie alla propagazione delle onde radio comunicavano col mondo, con realtà sconosciute, diverse e lontane da loro. Da questo punto di vista la chat è qualcosa di meraviglioso perchè permette di superare barriere altrimenti insuperabili, di conoscere gente che, diversamente, non si sarebbe mai potuta conoscere. E', in un certo senso, la filosofia di Antoine De Saint-Exupery, l'autore de "Il piccolo principe", che in un altro dei suoi libri, "Terra degli uomini" parla dell'aereoplano come di un mezzo che permette di andare al di là di barriere e confini, di aumentare la propria conoscenza. E adesso veniamo al perchè ho deciso di parlare di tutto questo: sabato 28 e domenica 29 ottobre ho incontrato, a Roma, alcuni degli amici di chat che sono sparsi in tutto il territorio nazionale. Mi era già capitato di incontrare qualcuno con cui avevo solo avuto delle conversazioni in chat e l'esperienza è finora stata positiva. Bisogna avere il buon senso di non far correre troppo la fantasia, di non crearsi nella propria mente delle immagini (davvero virtuali, in questo caso) idealizzate della persona che si sta per incontrare e tutto andrà bene. Per le persone che ho incontrato a Roma era la prima volta, credo, che vivevano un incontro di chat. E' stata una bella esperienza, resa migliore dalle condizioni del tempo e, ovviamente dalla simpatia di ciascuno dei partecipanti. Il sapore, per intenderci, è stato quello di una allegra rimpatriata tra ex compagni di scuola, con il superamento quasi immediato di un comprensibile imbarazzo iniziale  e la spontaneità di ciascuno nell'essere se stesso. E' questa la prova del nove, la dimostrazione che c'è corrispondenza tra il modo in cui ognuno comunica attraverso la chat e la sua natura stessa, il suo carattere. La chat non è altro che la scala che permette di superare la barriera, il resto viene da sé perchè l'incoerenza e la falsità, qualora fossero presenti, verrebbero immediatamente fuori. Questa, ovviamente, non è altro che l'opinione del Lupo.